18 Apr

Centro storico, avevamo ragione noi

Scusate l’autocitazione ma il giorno prima del caso 1 di Codogno dalle pagine di questo blog invocavamo un’attenzione maggiore alla residenzialità e abitabilità del centro storico, denunciavamo per l’ennesima volta l’idea che i centri storici, anche il nostro, fosse trasformato in un luna park a pagamento per usare una definizione cara a Tomaso Montanari. Più volte sulle pagine di questo blog abbiamo chiesto di investire sul reinsediamento abitativo del centro e dei suoi rioni, sui negozi di vicinato anziché sulla vetusta idea del centro commerciale naturale, sulla valorizzazione degli spazi pubblici grandi e piccoli del nostro centro anziché sul loro utilizzo quale location commerciale per bar, eventi, concerti e fiere di ogni tipo e senza alcun legame con il tessuto abitativo, sui servizi culturali anziché sulla musealizzazione del centro.

Volevamo insomma, mi si passi la battuta da calciofilo, non un centro storico bomboniera ma un centro storico Bombonèra, un barrio abitato, vivo ed autentico.

Abbiamo chiesto di preservare e anzi valorizzare viste le nuove disponibilità di appartamenti pubblici l’edilizia residenziale agevolata e invece si sono accentuati quei processi di pulizia sociale che sposta le Erp in qualche fallimentare ghetto di periferia, abbiamo chiesto sicurezza nel senso di poter accedere in sicurezza a piazze rinnovate e arredate come spazi pubblici e ci è stata data una caotica videosorveglianza privata con centinaia di telecamere che in barba a qualsiasi legge puntano su strade e piazze, volevamo valorizzare la funzione commerciale e turistica del centro, quello fatto di piazze, vicoli, di abitanti, botteghe artigiane e ci è stato dato un centro direzionale commerciale, una sorta di patetica Val Montone.

Volevamo salvaguardare e rilanciare la cultura del vicinato, con le sue feste, il suo vociare, i panni stesi, il profumo dei sughi che bollono, i bambini che giocano a pallone nelle piazze, ci sono invece piombati sulla testa decine e decine di eventi pseudoculturali che per lunghi mesi uno dopo l’altro occupano le piazze cittadine di ferraglia per portare masse in centro. Eravamo convinti che tutte le funzioni del centro, quelle di luogo di incontro sociale, di area commerciale, di volano turistico, avrebbero giovato di una rinnovata politica abitativa.

Un centro storico a misura di abitante sarebbe stato anche un centro storico a misura di frequentante, di viaggiatore, di studente ma si è andati appresso a concetti e pratiche amministrative vecchie di quarant’anni, il centro commerciale naturale quando i centri commerciali stessi sono ormai considerati una cosa demodé, un centro luna park a pagamento per chiunque voglia venirci con il portafoglio ben in vista, un turismo di massa ormai sempre più in crisi e dove non era in crisi ormai incompatibile con l’esistenza stessa delle città.

Ecco, il coronavirus ha spazzato via tutte queste illusioni e ci ha mostrato nudi per quello che siamo, un quartiere semidisabitato, avevamo scritto anche questo, in cui l’unica cosa utile sono stati quei rari esercizi di vicinato che avevano aperto senza contributi. Fine dei giochi, il futuro del centro storico ora è segnato, lo dicono quegli stessi commercianti portati ad investire sulla base di questo mix di contributi pubblici eventi finanziati dal pubblico e massificazione delle presenze e che oggi già valutano se chiudere bottega o tornarsene in altre zone della città, più abitate.

Gli universitari fuorisede, come già dopo i sismi del 2017, torneranno a pendolare in massa viste le incertezze della didattica in sede, gli studi di fare centro faranno lo smart working e avremo buttato undici anni di ricostruzione.

Ora quello che bisogna fare, subito, è rilanciare la funzione abitativa e sociale del centro. Bisogna fermare tutte le delocalizzazioni di edilizia residenziale pubblica del centro e anzi utilizzare gli alloggi delle sostituzioni abitative a fini sociali, come edilizia agevolata per i nuclei fragili, per l’integrazione dei migranti, per le giovani coppie e così via, per l’associazionismo. Agevolare l’apertura degli esercizi di vicinato, botteghe di artigianato e artigianato artistico in tutti i rioni del centro. Servono accordi con i portatori di interessi abitativi, proprietari e agenti immobiliari, per diminuire i fitti ed eliminare almeno sulle locazioni studentesche i costi di agenzia. Va immediatamente garantito un trasporto pubblico di penetrazione nelle direttrici centro periferia più dirette e semplici da utilizzare, ad esempio utilizzando via Sallustio.

L’ultima cosa che si può fare ora, e che per fortuna non si potrà fare per evitare assembramenti da movida, sarà pensare di mercificare ulteriormente gli spazi pubblici con dehor ancora pià grandi, ancora più impattanti e ancora più impraticabili per chi vive in centro, per chi vuole farcisi una passeggiata o per un turista. Va invece aumentata la qualità di questi, con un rinnovato arredo urbano, magari con un concorso di idee per fare in modo che ogni piazza pronta sia rinnovata da uno spirito architettonico contemporaneo ed innovativo e utile per la fruibilità dello spazio stesso.

Per un annetto faremo a meno di palchi, baracche e impalcature permanenti nel piazze del centro, bisogna cominciare a pensare eventi meno massificanti e spalmati in modo diverso sugli spazi urbani, non solo del centro, andando a valorizzare quei luoghi sempre dimenticati dai cartelloni eventizi e che però meglio si prestano a una presenza più “slow”, da Santa Giusta a San Pietro, da Santa Maria Paganica alla Rivera o a Fontesecco ecc. Agevolare i dehor di ristoranti e bar solo compatbili con la fruibilità dello spazio pubblico ed impedire totalmente quelli che occupano lo spazio e rovinano il paesaggio urbano. Valorizzare filiere di eventi sempre messe in secondo piano rispetto a qualche mangereccia da fastfood, ad esempio fiere dell’artigianato, mercatini antiquari nei rioni cittadini, eventi dei makers.

Utilizzare gli spazi commerciali inutilizzati dei piani terra magari agevolando anziché i deleteri cambi di destinazioni d’uso che deturpano tanti centri storici italiani, e agevolando invece la possibilità degli affitti temporanei, per mostre e installazioni, degustazioni, laboratori, spazi per i makers, che in totale sicurezza possono essere svolte garantendo accessi contingentati grazie alla diffusione tra vicoli e piazze.

Si può ripartire da qui, inseguire certe mode vecchie di decenni è stato inutile e ancor di più lo sarà in questa situazione. Un centro storico slow e a misura d’uomo è il nostro antivirus per sopravvivere nei prossimi dodici mesi.

 

*di Alessio Ludovici

Nella foto, San Telmo lo storico quartiere di Buenos Aires.