24 Lug

Un sistema Paese/città che non cambia

Volano miliardi che è una meraviglia. Da Bruxelles ai territori, da Roma alle periferie, dai Ministeri agli enti locali. Miliardi per la ripresa, scostamenti di bilancio importanti, battaglie storiche vinte in Europa ma poi è sul campo che vanno fatti i conti. Sul divario nord/sud, sulla capacità di investire e spendere risorse europee a tutti i livelli.

Quanto torna indietro ogni anno dalle nostre Regioni? Perché non riusciamo a fare progetti? Non conosciamo il francese e non conosciamo l’inglese, al limite continuiamo a masticarlo, capire il sistema è complicato, le procedure sono lunghe, lunghissime, inarrivabili e spesso alle partnership transnazionali non riusciamo proprio ad appizzare e non ci arriviamo da singoli, con associazioni, come piccole e micro imprese, sono mondi sconosciuti e tali resteranno se non costruiamo ponti informativi per semplificare procedure e bandi di progetto, per trasformare idee in possibilità di guadagno e futuro. Ce lo siamo posto questo problema?

Dobbiamo semplificare, sburocratizzare e dobbiamo digitalizzare ma la banda larga ancora non è così diffusa, pc e supporti informatici non sono affatto a disposizione di ogni famiglia. E così molti, troppi, continuano a rimanere indietro. Famiglie, lavoratori e studenti con la reclusione del covid-19 hanno capito l’aria che tira, non avendo avuto garanzie e parità d’accesso all’istruzione.

C’è un Paese che deve cambiare. Da oggi, anzi è già tardi. Da ieri. Deve cambiare nell’approccio energetico, nella ristrutturazione delle nostre case, che non deve essere più business post sisma/eco bonus, ma davvero abitazioni ecosostenibili, c’è un bilancio del già fatto dal 2009?, non lo crediamo. Ed ancora puntare al territorio, alla salvaguardia dei suoli, evitando di consumarne ancora e riqualificando oppure non ricostruendo quello che avevamo, al paesaggio anche culturale da recuperare e conservare come nuovo motore economico. Dovremmo cominciare a ragionare davvero con le Università, il GSSI, il farmaceutico e l’aerospaziale ed indurre progetti e occupazione diffusa, salvaguardare i bacini idrici ed i fiumi, le spiagge ed il mare, ammodernare infrastrutture e renderle sicure, bonificare i siti inquinati e riconvertirli. E poi guardare alle nostre città e alle periferie, ricostruite peggio di prima così come i centri storici, senza aver pianificato nuovi spazi pubblici.

Come cambierà lo smart working le nostre città? Come cambieranno i nostri centri storici? Perché prima o poi dovremo farci i conti e non è bloccando queste misure, che ci riprendiamo il centro, come cambierà il commercio e come gli uffici? Stiamo pensando ad un nuovo sviluppo urbano oppure il nostro orizzonte si ferma alla crisi in Comune? C’è un mondo che va avanti mentre noi continuiamo a concentrarci sulla pancia dei nostri Consigli comunali.

C’è una sanità da ammodernare e avvicinare alle persone e alle aree interne, c’è un’istruzione che sta tornando indietro, regredendo sempre più ad una misura per pochi, c’è la ricerca da recuperare e i cambiamenti da istituzionalizzare con più coraggio nel sistema delle riforme. Accelerare i tempi della giustizia, ridurre le burocrazie negli appalti pubblici garantendo speditezza/legalità ed il funzionario che deve firmare. C’è una rivoluzione da fare e c’è da spingere le persone e i giovani a proporsi, a partecipare, a cambiare un sistema Paese ed un sistema città che devono adeguarsi, crescere, facilitare, aprire, accogliere, pianificare e progettare nuove rotte. C’è da tradurre le decisioni Ue in realtà, progetti e concretezza, la vedo dura durissima.

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