02 Mag

Lavoro, delirio di politiche fuori rotta

Dunque il piano di ripresa post pandemia stima almeno 800mila nuovi posti di lavoro al 2026. Praticamente quelli persi con i lockdown, l’Istat ne ha contati di più, 900mila da febbraio 2020. A breve finirà il blocco dei licenziamenti, una vaccinazione di massa promette un minimo di normalità ma gli argini al disastro occupazionale che si abbatterà su di noi non sono pronti.

I nuovi ammortizzatori promessi ancora non sono realtà, ma soprattutto cosa ci sarà dopo i sostegni? E’ questo quello che vogliono sapere giovani, donne e meno giovani cioè le categorie più colpite da questo disastro planetario.

Politiche attive sul lavoro e reddito di cittadinanza, può essere ancora un pegno politico ai 5Stelle senza sapere dove ci ha portato?, formazione, Centri per l’Impiego ormai usurati e lo sappiamo da anni ma è appena passata la festa del lavoro eppure i sindacati si ritrovano a festeggiare, c’è ancora da festeggiare?, con dinamiche ormai fuori rotta da ogni contesto storico.

C’è bisogno di lavoro e bisogna portarlo subito, solo la Grecia sta peggio di noi in Europa.

Il numero di disoccupati è di 2mln 495mila, gli inattivi/depressi dalla mancanza di prospettiva sono aumentati, rileva l’Istat, almeno di 650mila unità. E’ chiaro che in Italia il mercato del lavoro è paralizzato, non si assume più e chi è uscito non riesce a rientrare. Un tasso di disoccupazione del 10,1% e tra i giovani sotto i 25 anni è del 33%, siamo tra i peggiori con Spagna e Grecia, rileva Eurostat.

La prima fascia più colpita dalla pandemia è quella giovanile. 76mila disoccupati in più da febbraio 2020, secondo dati Istat, e 238mila tra i 25 e i 34 anni. Non si capisce più niente sul fronte formazione, non si accompagnano i giovani alla ricerca del lavoro e tutti gli incentivi introdotti, come anche Garanzia Giovani, hanno per lo più fallito.

E poi le donne. L’occupazione femminile si è ridotta al 47,5 per cento. Da febbraio 2020, 438mila occupate non hanno più lavoro anche per la difficoltà a conciliare la vita professionale con quella familiare, gli incentivi, i bonus e i sussidi di questi mesi nonostante l’accantonamento di somme miliardarie da parte dello Stato, che si è solo indebitato, hanno fallito su tutti i fronti, perché nella gran parte dei casi le donne hanno dovuto rinunciare al lavoro. Tra l’altro è spesso occupazione domestica e precaria che ha pagato grandemente lo scotto pandemico e ancora una volta rispetto all’Europa siamo sotto almeno di 20 punti percentuali.

Da febbraio 2020, l’Istat ha registrato 100mila occupati a termine in meno e oltre 200mila autonomi che hanno chiuso partita Iva e attività. Sono sempre più marcate le differenze tra le garanzie assicurate ai dipendenti pubblici rispetto al settore privato e la rotta ancora non cambia, neanche in quel gran sottobosco di  precariato e lavoratori fantasma, come nel settore cultura/turismo ad esempio, non contemplati in nessun tipo di sostegno e probabilmente ignorati nelle future politiche attive se mai ci saranno.

C’è infine una fascia di lavoratori che ormai il mercato traccia fuori, quella che va dai 35 ai 49 anni che ha perso 316mila occupati e il numero di disoccupati è aumentato di 270mila unità. Sarebbe il risultato della grave crisi pandemica che ha intaccato equilibri industriali già precari, perché le nostre produzioni non riescono a cambiare almeno da un cinquantennio, riorganizzazioni/transizioni non arrivano, in un sostanziale immobilismo verso l’innovazione e l’industria quattro punto zero che non è ancora stata concepita.

Bisognerebbe a questo punto dire cosa accadrà da qui a poche settimane, quali dinamiche, il primo maggio è passato, dov’è la prospettiva, almeno una più pallida idea di cosa succederà.