12 Gen

Scuola, impatto contagio non è chiaro

L’impatto della chiusura e della riapertura delle scuole sulle dinamiche epidemiche rimane ancora poco chiaro, rileva l’Istituto Superiore di Sanità, in un rapporto, pubblicato ai primi di gennaio, sull’andamento epidemiologico nazionale e regionale in età scolare (3-18 anni) nel periodo compreso tra il 24 agosto e il 27 dicembre 2020.

Al 29 dicembre, dal database del Sistema di Sorveglianza Integrata Covid-19, risultano diagnosticati in Italia come positivi 1mln 783mila 418 casi, di questi 203mila 350 (11%) in età scolare (3-18 anni). La percentuale dei casi in bambini e adolescenti è aumentata dal 21 settembre al 26 ottobre, con un picco del 16% nella settimana dal 12 al 18 ottobre, per poi tornare ai livelli precedenti, si legge nel rapporto.

La maggior parte dei casi in età scolare (40%) si è verificata negli adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni, seguiti dai bambini delle scuole primarie di 6-10 anni (27%), dai ragazzi delle scuole medie di 11- 13 anni (23%) e dai bambini delle scuole per l’infanzia di 3-5 anni (10%).

Nel mese di settembre, l’età mediana dei casi in età scolare è stata di circa 12 anni, per poi aumentare leggermente nel mese di ottobre e tornare al valore precedente a novembre e dicembre. La distribuzione dei casi tra femmine e maschi è risultata totalmente bilanciata a livello nazionale, ma con lievi differenze a livello regionale, talvolta con percentuali un po’ più alte per i maschi nel mese di settembre, prima della riapertura delle scuole.

Da metà settembre, riapertura delle scuole 14/24 settembre, si è osservato un aumento progressivo dei casi giornalieri diagnosticati in bambini e adolescenti dai 3 ai 18 anni di età, che ha raggiunto la fase di picco dal 3 al 6 novembre con oltre 4mila casi. Successivamente la curva ha iniziato progressivamente a scendere, con un andamento simile a quello della popolazione generale, rileva ancora l’ISS.

Considerando l’andamento della curva epidemiologica per classi di età, il picco è stato raggiunto prima per gli adolescenti di 14-18 anni (quasi 2mila casi) e 11-13 anni (oltre mille casi) dal 27 al 30 ottobre, seguiti dai bambini delle scuole primarie di 6-10 anni (oltre 1.100 casi) dal 3 al 6 novembre, e dai bambini delle scuole per l’infanzia di 3-5 anni (circa 400 casi) dal 9 all’11 novembre.

Il picco di incidenza giornaliero nel periodo in esame è stato di circa 43/100mila abitanti nella fascia di età 3-18 anni inferiore a quello riscontrato nelle altre classi di età (>18 anni: 60/100mila abitanti). In età scolare, si riscontra un aumento dell’incidenza con l’aumentare dell’età, i valori più alti si osservano per i ragazzi di 14-18 anni (57/100mila) e 11-13 anni (53/100mila), seguiti dai bambini di 6-10 anni (37/100mila) e 3-5 anni (24/100mila).

I picchi di incidenza più alti sono stati riscontrati in Val d’Aosta (circa 200/100mila) nella classe di età 14-18 anni e in Lombardia, Liguria e provincia autonoma di Bolzano (intorno a 100/10omila) nelle fasce di età 14-18 e 11-13.

Il picco dei casi di Covid-19 tra il personale scolastico, circa 400 contagiati, è stato osservato nella prima settimana di novembre. Il maggior numero di infetti si è registrato in Piemonte, con un picco di oltre 200 casi.

Ogni settimana Regioni e Province autonome comunicano il numero di focolai attivi, e per ciascuno, il contesto in cui è avvenuta presumibilmente la trasmissione. Spesso però non è stato possibile stabilire con certezza che la trasmissione sia avvenuta in ambito scolastico e che la scuola sia stata la fonte di infezione, rileva il rapporto, pertanto spesso ci si riferisce a casi che hanno frequentato contemporaneamente lo stesso ambito scolastico.

Nel periodo 31 agosto/27 dicembre 2020, il sistema di monitoraggio ha rilevato 3.174 focolai in ambito scolastico, che rappresentano il 2% del totale dei focolai segnalati a livello nazionale, in Abruzzo 160 focolai con i picchi più alti nelle settimane dal 23 novembre al 6 dicembre.

Se si considera l’andamento settimanale generale c’è stato un progressivo aumento dei focolai con un picco nelle settimane dal 5 al 25 ottobre, una graduale diminuzione fino al 22 novembre e un nuovo aumento fino al 13 dicembre seguito da una stabilizzazione nella seconda metà del mese.

Ricordiamo che dal 4 novembre, con la curva dei contagi in crescita, le superiori sono tornate alla didattica a distanza e nelle zone rosse anche le seconde e terze medie.

C’è comunque una notevole variabilità nel numero di focolai riportati settimanalmente, ascrivibile sia ai diversi criteri di classificazione dei focolai scolastici adottati a livello regionale che alla ridotta capacità di tracciamento dei contatti in relazione alla difficile situazione creatasi in seguito all’aumento dei casi che ha limitato la possibilità degli operatori sanitari di effettuare indagini accurate. Alcune Regioni non sono state in grado di fornire informazioni e non è inoltre disponibile, rileva l’ISS, l’informazione sul numero di casi coinvolti in ciascun focolaio.

Silvio Brusaferro

Le evidenze disponibili fino ad oggi indicano che nei Paesi in cui sono state implementate le chiusure scolastiche e il rigoroso distanziamento fisico, i bambini, in particolare nelle scuole dell’infanzia e primarie, hanno una maggior probabilità di contrarre il Covid 19 da altri membri infetti della famiglia piuttosto che da altri bambini in ambito scolastico. Inoltre il tracciamento dei contatti nelle scuole e altri dati osservazionali, provenienti da un certo numero di Paesi Ue, suggeriscono che la riapertura delle scuole non sia associabile a un significativo aumento della trasmissione nella comunità, sebbene esistano evidenze contrastanti circa l’impatto della chiusura/riapertura della scuola sulla diffusione dell’infezione.

Tuttavia, rileva il rapporto ISS, per riaprire in sicurezza le scuole è necessario che i tassi di infezione nella comunità siano bassi e i Dipartimenti di prevenzione nuovamente in grado di identificare e isolare i casi e i contatti stretti in ambito scolastico e familiare, per ridurre la probabilità di diffondere l’infezione nella scuola e nella comunità. Una revisione dei dati in diversi Paesi mostra che con l’apertura delle scuole, i focolai che coinvolgono sia gli alunni che il personale scolastico si verificano probabilmente a causa della mancata adesione alle misure di prevenzione, come il lavaggio delle mani, il distanziamento fisico e l’uso della mascherina.

Un documento dell’ECDC, basato su una revisione della letteratura disponibile al 31 agosto 2020, sostiene che i casi osservati in ambiente scolastico riflettano la trasmissione dell’infezione nella comunità e non viceversa.  

Uno studio condotto in Italia che ha confrontato diverse strategie per la riapertura delle scuole primarie e secondarie ha stimato che la riapertura delle scuole fino alle secondarie, nella fase post lockdown, in primavera, avrebbe avuto un effetto marginale sull’Rt vista la riduzione dei tassi di trasmissione complessivi in quel periodo; al contrario, la riapertura di tutte le scuole in autunno in un contesto in cui quasi tutti i contatti con la comunità erano stati ripresi e l’incidenza nella comunità era relativamente più elevata, avrebbe presumibilmente avuto un impatto notevole sulla diffusione dell’infezione. In assenza di ulteriori interventi, si stimava che il numero di ricoveri fino al 23 dicembre, sarebbe stato di circa 13mila al giorno, con un range tra i 5mila e i 25mila e un’incidenza maggiore di oltre quattro volte rispetto al picco osservato durante la prima ondata.

Inoltre se la situazione fosse completamente fuori controllo, non sarebbe consigliabile svolgere alcuna attività didattica in presenza in quanto almeno il 35% della popolazione scolastica si infetterebbe entro i primi 60 giorni dall’apertura della scuola. Lo studio osserva inoltre che alternando settimane di attività didattica a distanza e in presenza, si può ridurre drasticamente il numero di casi. In particolare, con un’attività didattica in presenza ridotta del 50%, si può ridurre ad un terzo l’aumento del numero di casi, mentre l’alternanza tra attività in classe e a distanza su base giornaliera non sembra incidere sulla riduzione dei casi.

Dopo la riapertura delle scuole, nel mese di settembre 2020, l’andamento dei casi di Covid-19 nella popolazione in età scolastica ha seguito quello della popolazione adulta, rendendo difficile identificare l’effetto sull’epidemia del ritorno all’attività didattica in presenza. Inoltre la percentuale dei focolai in ambito scolastico si è mantenuta sempre bassa e le scuole non rappresentano i primi tre contesti di trasmissione in Italia, che sono nell’ordine il contesto familiare/domiciliare, sanitario assistenziale e lavorativo. A metà ottobre, ad un mese dalla riapertura delle scuole, la percentuale dei focolai in cui la trasmissione poteva essere avvenuta in ambito scolastico era intorno al 3,7% del totale, valore che poi si è progressivamente ridotto.

Purtroppo, la forte pressione sui Dipartimenti di prevenzione nel mese di novembre, ha portato in alcune aree a un ritardo nella notifica e nell’aggiornamento delle informazioni sui casi individuali e anche le informazioni presenti nel sistema di sorveglianza sulla possibile esposizione al virus del personale scolastico sono spesso carenti ed incomplete.

L’esperienza di altri Paesi mostra che il mantenimento di un’istruzione scolastica in presenza dipende dal successo delle misure preventive adottate nella comunità più ampia.

Quando sono in atto e ampiamente seguite misure di mitigazione sia a scuola che a livello di comunità, le riaperture scolastiche, pur contribuendo ad aumentare l’incidenza di Covid-19, causano incrementi contenuti che non provocano una crescita epidemica diffusa. La revisione della letteratura suggerisce che date le previsioni secondo cui le misure di distanziamento sociale potrebbero dover essere adottate ancora per molti mesi, conclude il rapporto, sarebbe importante una conoscenza più approfondita di come Covid-19 colpisce bambini e giovani, poiché il ruolo delle misure scolastiche nel ridurre la trasmissione del virus dipende dalla suscettibilità dei bambini alle infezioni e dalla loro contagiosità una volta infettati.

Tuttavia, gli studi osservazionali potrebbero non essere in grado di valutare l’impatto della sola chiusura delle scuole se le chiusure sono attuate a livello nazionale e contemporaneamente ad altre misure di mitigazione.

In pratica, non se ne esce.