22 Ago

Haiti, le promesse mancate dal 2010

Il bilancio del terremoto di magnitudo 7.2 che ha devastato Haiti il 14 agosto scorso ha superato i 2mila 200 morti, 344 dispersi e più di 12mila feriti.
Port-au-Prince, la capitale di Haiti, che nel gennaio del 2010 fu distrutta da un terremoto meno potente, sembra essersi salvata dall’ultimo di una terribile serie di disastri naturali che hanno colpito la nazione caraibica, città come Jérémie e Les Cayes, a sud della penisola, sono state però polverizzate.

A poco più di un mese dall’assassinio del presidente, Jovenel Moïse, ancora miseria nella regione già travolta dall’uragano Matthew del 2016. Se l’epicentro, come nel 2010, fosse stato più vicino alla capitale, dove vive circa un terzo degli 11mln di haitiani, il disastro sarebbe stato forse peggiore, la lezione del 2010 non sembra sia servita, mancano piani di emergenza e prevenzione mentre gli standard edilizi non sono affatto migliorati,, mentre Haiti deve affrontare crisi politiche profonde dopo l’omicidio del presidente. C’è un vuoto politico, il covid-19 è ancora lì, abbiamo una crisi economica e ora stiamo affrontando questo terremoto e le sue conseguenze. È davvero, davvero difficile. È come se non ci fosse una tregua, rilevano le cronache sul Guardian, invece di veder migliorare le cose, ti senti come se stessi sprofondando.

Le immagini delle case costruite in modo scadente, cadute come ‘castelli di carta’, hanno fatto capire come il mondo non sia riuscito a mantenere gli impegni post terremoto del 2010.

La promessa è sempre stata che la comunità internazionale non si sarebbe limitata a salvare le persone dalle macerie. La promessa era più ampia e, come aveva detto Bill Clinton, avrebbe aiutato Haiti a ricostruire meglio. Ma basta guardare cosa è successo nelle 24 ore successive a questo terremoto, per vedere che non è stato così. Molto poco è stato ricostruito e ciò che è stato ricostruito non sembra essere migliore.

L’Unicef ha stimato in 15mln di dollari gli aiuti per i bisogni più urgenti di almeno 385mila persone, compresi 167mila bambini sotto i cinque anni. Una richiesta da aggiornare nelle prossime settimane.

La prima spedizione con 9,7 tonnellate di forniture mediche e di acqua è arrivata a Port au Prince, altre seguiranno nei prossimi giorni, 130mila case, 94 scuole e 1.800 sistemi di approvvigionamento idrico sono stati completamente o parzialmente distrutti, rileva l’Unicef, mentre altri voli con 30 tonnellate di aiuti salvavita dovrebbero arrivare nelle prossime ore ai dipartimenti meridionali più colpiti dal terremoto e dalla tempesta tropicale.

Medicine, attrezzature chirurgiche, supplementi nutrizionali e oltre mezzo milione di mascherine raggiungeranno 23mila 350 bambini e famiglie per un periodo di tre mesi. 15 tende destinate alle aree in cui i centri sanitari sono stati distrutti e più di 65mila compresse per purificare l’acqua, serbatoi d’acqua e kit per l’igiene.

Un team di esperti, composto da personale sanitario, ingegneri strutturali, tecnici e logisti provenienti da sei paesi dell’Unione Europea, ha raggiunto il Paese subito dopo la catastrofe, tra loro un medico italiano. Compito degli esperti europei sarà garantire il necessario supporto alle autorità haitiane nella valutazione delle priorità e nel coordinamento delle operazioni di soccorso e gestione dell’emergenza, si legge sul sito della Protezione civile italiana. E la storia si ripete.