04 Gen 22

Covid, sempre a rincorrere l’emergenza

A pochi giorni dalla riaperture delle scuole, un Paese intero corre trafelato per organizzare lo screening sulla popolazione studentesca, cerca di arginare il contagio tra i più piccini, vuole evitare la didattica a distanza, perché la socialità e l’aggregazione sono importanti, forze politiche allo scontro e il solito interesse dell’ultimo momento ad uno snodo fondamentale: la scuola prima di tutto, da garantire in sicurezza e in presenza.

Alcuni sindacalisti invocano lo screening scolastico di prossimità, per evitare gli ingorghi e le file per i tamponi, che generano peraltro assembramento, ma la medicina territoriale, quella più vicina al cittadino, quella promessa con la grande strategia di ripresa del Pnrr, resta all’anno zero.

Non se ne parla neanche di striscio, né a livello locale e regionale, né tantomeno a livello centrale. Ci sono troppi punti da affrontare che riguardano gli investimenti per l’ammodernamento del parco tecnologico ospedaliero, l’implementazione della medicina territoriale e delle cure domiciliari, le Case di comunità.

Non è stata fatta ancora una ricognizione dei bisogni territoriali. Il sistema salute dovrebbe essere sempre più connesso e invece come nella miglior tradizione emergenziale, e il pensiero corre ai terremoti e al nostro del 6 aprile 2009, mancano banche dati che possano dialogare, e così non si sa chi è vaccinato, i presidi e le scuole, a fronte di regole e di una norma d’urgenza che cambiano in continuazione, non hanno gli strumenti per verificare chi andrà in quarantena e chi no in tempo reale; i medici di base sono stati lasciati ai margini, mentre le reti tecnologiche non coprono l’intero territorio nazionale, quindi le aree più disagiate e montane, rischiano di rimanere indietro.

E a questo proposito: se una fetta del Pnrr per i terremoti è destinata a coprire le distanze tecnologiche, 170 milioni di euro per potenziare innanzitutto gli impianti di base, perché non premere per spendere immediatamente i fondi sull’innovazione digitale dell’Appennino centrale? Una cabina di regia di fine anno parlava di laboratorio intelligente, di superare il divario digitale e connettere le aree colpite dai terremoti 2009/2016, per l’applicazione pratica di nuovi sistemi di gestione del territorio, dalla prevenzione e sicurezza sismica, all’ambiente, ai servizi per i cittadini.

E allora che aspettiamo se questo è l’abc della ripresa e abbiamo avuto i primi anticipi dall’Unione Europea? Rischiamo di scavare ancora più il divario tra i grandi centri e le aree più remote del Paese, con un analfabetismo digitale da colmare, in particolar modo tra i pazienti anziani delle aree decentralizzate, ma anche tra il personale sanitario, perché se veramente l’obiettivo sono i territori e la medicina territoriale, o cominciamo a muoverci in questo senso, oppure la nuova impennata di contagi, come sta accadendo, manderà una volta di più un sistema in tilt: dai tamponi, al tracciamento, ai ricoveri ospedalieri, alla sanità e al conclusivo default, se non ci muoveremo in una qualche direzione decentrata e innovativa.

E nel deprimentissimo dibattito politico locale, territoriale e nazionale, neanche un accenno.

Che fine hanno fatto le Case di comunità? Definite come il luogo fisico di prossimità e di facile individuazione al quale l’assistito può accedere, per poter entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale, dalla bozza ministeriale allo studio da ottobre, per Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale, non se n’è saputo più niente.

Tante belle cose rimaste sulla carta, perché poi piace un po’ a tutti muoversi nell’emergenza, quando la norma viaggia coi decreti d’urgenza, cambia dall’oggi al domani ed è tutto più confuso, la spesa pubblica anche se è esplode è free e giustificata, mentre nella giungla dei nuovi doveri, il cittadino, se non si adegua immediatamente, resta stritolato tra multe dai 400 ai mille euro e tra qualche giorno riapriranno le scuole, all’ultimo posto dell’ordine del giorno romano.